Alla Scoperta del Pollino
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Parco Nazionale del Gran Sasso pt.1

10/7/2023

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(Già al pensiero della prossima volta)

Ci organizziamo qualche giorno prima con una praticità ed una concretezza che già anticipano la nostra volontà di voler visitare e camminare sui sentieri del Gran Sasso, con una prima meta chiara, definita e imprescindibile: la Vetta Occidentale del Corno Grande.

Arriviamo nel tardo pomeriggio ad Assergi dove prendiamo possesso della stanza e abbiamo modo di fare una piccola passeggiata nella frazione un tempo fortificata. Osserviamo i danni del terremoto del 2009: ancora tanto è da ricostruire, sono passati 14 anni. Con un po' di pensieri ci organizziamo per la cena e rientriamo in struttura. Domenico si mette ai fornelli e i risultati si concretizzano in un ottimo e abbondante piatto di pasta, pietanza giusta per fornire le energie del giorno dopo.

L'emozione per la giornata successiva è tanta e per sicurezza controlliamo nuovamente la cartina ripetendo le tappe e i codici dei sentieri da intraprendere, "Non si sa mai" afferma qualcuno. La distanza dell'itinerario effettivamente, per le nostre abitudini è poca, ma è il tratto finale quello che probabilmente potrebbe rappresentare la difficoltà più grande, oltre che il fondo. Sentieri rocciosi che si discostano abbastanza dai sentieri del Pollino di casa. 

Tra le tante emozioni c'è anche quella tensione che compare prima dei momenti più importanti che ognuno di noi deve affrontare, quella vocina che inizia a dire in testa "oh, stavolta non puoi sbagliare". Quella che serve per non essere troppo sicuri e mantenere anche il giusto approccio. I presupposti per riuscire ci sono tutti, ma è sempre la montagna che alla fine decide.

Praticamente andiamo a letto intorno alle 21.00 e all'inizio si fa anche un po' fatica a prendere sonno, ma la sveglia del giorno dopo ci aspetta alle 6.00; un'ultima controllata allo zaino e poi si prova a dormire.

E' giorno. Sveglia, colazione abbondante e si parte. Si entra in macchina ed inizia la prima parte dell'avvicinamento in auto: da Assergi fino a Campo Imperatore. Dopo gli ultimi alberi inizia lo spazio sconfinato dell'altopiano che, con la luce dell'alba diventa qualcosa di indescrivibile. Già solo questa vista dà una carica maggiore al nostro spirito. Io osservo quegli spazi sterminati attraversati da una strada che sembra anch'essa infinita, e i miei pensieri si fermano; ho solo la capacità di osservare e sorridere. Una leggera nebbia copre i pianori sottostanti e un paio di soste per le foto sono d'obbligo; così come una sosta diventa immediata appena dopo l'ennesima curva, dopo la quale appare davanti ai nostri occhi il grande complesso roccioso del Gran Sasso, un blocco di roccia impressionante, un grande dente che dal terreno si staglia verso l'alto fino a quasi 3.000 m di quota. Si rimarrebbe lì senza pensare ai minuti che passano, ma un paio di auto che sfrecciano per raggiungere il punto di partenza nei pressi dell'Osservatorio di Campo Imperatore ci ricordano che dobbiamo avviarci anche noi, il resto lo ammireremo in cammino. 
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Scesi dall'auto un bel vento freddo ci rammenta che siamo già oltre i 2.000 metri (che strano!). Ci adattiamo alle condizioni, e dopo un veloce check partiamo: si inizia! Ci auguriamo una buona escursione e di procedere "puliti puliti" o "chiano chiano", scherzando tra di noi come per dire "senza farci prendere dalla foga di arrivare in vetta, godiamocela". 

Si sale imboccando il sentiero N.101 che manteniamo fino a Sella di Monte Aquila a 2.335 m risalendo un primo tratto non molto difficoltoso che permette di avere di fronte a noi il Corno Grande, a destra Monte Aquila 2.495 e a sinistra il Campo Pericoli, una grande conca circondata da altre cime, che è collegata fino alla Val Maone che prosegue fino a Prati di Tivo, esattamente dalla parte opposta rispetto al nostro punto di partenza. Il paesaggio è quello delle praterie di alta quota e delle grandi rupi di roccia. Non è un panorama a cui siamo abituati e io personalmente ammiro angolo dopo angolo questo nuovo "pezzo di mondo". 

Proseguiamo e al bivio pieghiamo a sinistra, sul sentiero N.103 per poi superare l'incrocio con il ritrovato N.101 verso il Rifugio Garibaldi, e il Campo Pericoli, tenendo la destra e risalendo a 2.482 sul brecciolino che conduce alla Sella del Brecciaio. Qui un gran regalo compare davanti ai miei occhi: un bellissimo e vicinissimo esemplare di Camoscio appenninico mi attraversa il sentiero. Subito avviso Marco e Domenico facendo gesti strani per evitare di parlare e spaventarlo, ma il camoscio viste le persone dietro di me decide di tornare indietro e scomparire tra le rocce. Una volta su con gli altri, decidiamo di fare una pausa, e proprio in quel momento ecco ricomparire il camoscio che riprova a fare lo stesso esatto giro, trovando ancora una volta noi sul suo passo. Mi siedo su una roccia e a tratti alterni, inizio a fotografarlo e a godermi lo spettacolo tra una foto e l'altra; ad un certo punto sembra quasi venire verso di me per poi "pentirsi" del gesto e ritornare a scomparire nel dirupo che invece noi ci lasciamo alle spalle risalendo, ignorando l'incrocio con il sentiero N.150 (la Via Ferrata Brizio).

Scavallato il nuovo dislivello ci troviamo di fronte a sinistra il bellissimo Corno Piccolo, e a destra il sentiero che prosegue verso la nostra meta. Dopo poco si presenta l'opportunità di deviare sul sentiero N.154A, quello della cosiddetta Cresta Ovest, ma rimaniamo fermi quando qualcuno di noi dice "Eh no, la prima volta dobbiamo farlo dalla Normale, poi facciamo il resto!". Ci convinciamo di questo e proseguiamo lungo il sentiero fino al nuovo bivio, piegando verso destra sul Sentiero N.154 appunto tramite la Via Normale. E a me tanto "normale" non sembra abituato alle "normali" delle nostre cime. Alzando lo sguardo osservo la fila degli escursionisti che ad un tratto prosegue praticamente in linea retta, verticalmente verso l'alto. Dallo sviluppo del sentiero avevo notato una risalita importante delle curve di livello, ma non mi aspettavo certo in quel modo. Bene, faremo anche questa penso tra me, mentre guardo gli altri che intanto tra una battuta e l'altra diventano come me, sempre più emozionati per la vicinanza con la cima. 

L'ultimo tratto è diverso dal "camminare" su un sentiero: è meglio usare le mani (per molti è praticamente obbligatorio a meno che non si possiede tonicità, forza ed equilibrio da veri e propri fuoriclasse alpinistici), si deve fare più attenzione a dove poggiare i piedi, e lo sforzo fisico è più completo. Ma è tutto meraviglioso. Man mano che si sale la pendenza cresce e di pari passo il panorama. Salendo, roccia dopo roccia, ed escursionista dopo escursionista (ce ne sono diversi essendo sabato)
sbuchiamo fuori di fronte il Ghiacciaio del Calderone, la Vetta Orientale 2.903 m e la Vetta Centrale 2.893 m due stupendi denti di roccia.

Ormai ci siamo. Ci guardiamo soddisfatti, aggiriamo gli ultimi residui del crinale ed ecco apparire la Croce di Vetta e gli ultimi bolli bianchi e rossi che hanno contraddistinto questo ultimo tratto di percorso su roccia. Siamo su. Lo sguardo si estende in tutte le direzioni e si vedono montagne, paesi, colline, fino alle nuvole lontane dove c'è il mare. Tocco la cima, come di rito. Osservo intorno e penso che non potevo non raggiungere quel luogo almeno una volta. Mi godo gli attimi e dopodiché ci complimentiamo l'un l'altro prima di attendere il nostro turno per la foto di rito, e al contrario di tutti gli altri "ancorati" alla cima, ci spostiamo su un settore adiacente molto più comodo dove consumare il nostro pranzo; sono circa le 11.10 del mattino del 7 ottobre 2023 e siamo sul tetto dell'Appennino, Corno Grande, Cima Occidentale 2.912 m di quota.

Rimaniamo quasi un'ora nella meraviglie lassù. A malincuore come sempre ci avviamo per il rientro. Il percorso è il medesimo al contrario, almeno fino alla Sella di Monte Aquila. Lungo il tragitto di rientro riusciamo ad ammirare meglio con il cambio di luce il Corno Piccolo e un branco di camosci che pascola sotto di noi. 

Arrivati alla Sella decidiamo di procedere sul sentiero N.161 passare dalla cima di Pizzo Confalonieri 2.422 m e ristorarci presso il Rifugio Duca degli Abruzzi a 2388 m, costruito nel 1908 dalla Sezione del Club Alpino Italiano di Roma. Il vento che ci ha accompagnato per buona parte del percorso tranne che sull'ultimo tratto della cima ritorna mentre ci riposiamo seduti ad uno dei tavolini all'esterno con veduta panoramica verso sud. 

Terminiamo l'ultimo tratto scendendo e raggiungendo l'auto nel parcheggio dell'Hotel di Campo Imperatore. Ce l'abbiamo fatta. Assonnati più che stanchi, e felici mentre rientriamo, iniziamo ad osservare il Corno Grande da lontano consapevoli di essere stati lì sulla cima. 

Ad escursione terminata certamente penso abbia una difficoltà importante, ma che non è tanto nella combinazione lunghezza/dislivello quanto più nella capacità di sapersi muovere su roccia nell'ultimo tratto in particolare. I panorami sono fantastici e si vive un'atmosfera che ti permette di percepire la grandezza e la vastità della montagna appenninica. La prossima è già segnata: direttissima al Corno Grande. ​
Rientriamo ad Assergi e ci organizziamo per la meritata cena. Prima di andare decidiamo che il giorno dopo percorreremo l'anello da Campo Imperatore per Pizzo Cefalone.

La cena ci attende, e tra le pietanze per tutti e tre ovviamente compaiono gli arrosticini. Non mangiarli equivarrebbe a non essere stati sul Corno Grande! Una volta finita la cena al ristorante "Al Borgo", con un buon rapporto qualità-prezzo, ritorniamo alla struttura e andiamo a dormire con la stessa sveglia per il giorno dopo.

La sveglia è nuovamente alle 6.00, anche se questa volta ce la prendiamo un pò più comoda, avendo visto il percorso essere poco più di 8 Km e anche in questo caso con un maggiore dislivello nell'ultimo chilometro. 

Arriviamo sempre in prossimità dell'Osservatorio e ci incamminiamo sul sentiero 100E fino a Passo del Lupo a 2.156 m di quota. Questa volta, seppur mantenendoci in leggera salita, intraprendendo il sentiero 102, la nostra sinistra è molto più esposta e tale rimarra praticamente fin poco sotto la cima di Pizzo Cefalone. Arriviamo fino al Passo della Portella a 2.260 m mentre osserviamo dalla parte opposta rispetto al giorno precedente, il maestoso Corno Grande e tutta l'area sottostante: uno spettacolo assoluto. L'itinerario cambia ancora mantenendo la sinistra sul sentiero 111 e tralasciando la nuova deviazione a destra. Proseguiamo passando sotto l'anticima, per poi iniziare la salita: inizialmente abbastanza marcata, fino a mettere da parte i bastoncini e proseguire con l'uso di mani e piedi in qualche semplice passaggio di arrampicata fino ad arrivare alle due croci della cima di Pizzo Cefalone 2.533 m, con un ultimo tratto molto divertente e leggermente più tecnico del resto del percorso. Un'altra cima da cui osservare una serie di panorami meravigliosi, con questa volta a Nord-Est il Corno Piccolo e il Corno Grande a fare da sfondo.

Proviamo il rientro dal sentiero 147 per compiere un anello, ma dopo i primi cento metri o poco più, ci rendiamo conto che la discesa è un po' più complessa del previsto e decidiamo di ritornare dallo stesso itinerario dell'andata. Altro percorso da fare al nostro ritorno sarà Pizzo Cefalone con l'anello in senso antiorario. 

Rientriamo così ripercorrendo a ritroso il percorso. E prima un camoscio che osserviamo leggero e sicuro saltare e correre via dalla presenza degli escursionisti tra dirupi e ghiaioni, e poi un bel branco a riposo sotto il crinale del rientro, sono gli ultimi regali di questi due giorni del Gran Sasso. Gli occhi pieni e lo spirito sicuramente rinfrancato da montagna e natura incontrastata. 

Si, alla fine altro giro di arrosticini per tutti!

In mente già i prossimi itinerari nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.
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Serra Crispo dalle Gole di Jannace

10/16/2022

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Una domenica tra amici lungo uno degli itinerari più belli del "Cuore del Parco". 

La risalita delle Gole di Jannace, con i ponti in legno da poco ripristinati dai lavori di manutenzione sentieristica che hanno interessato questo percorso, fino alla cima dimora dei tanti loricati monumentali di Serra Crispo.

L'ambiente ancora verde della partenza che man mano lascia spazio ai colori dell'autunno lascia a bocca aperta, così come piacevoli e molto suggestivi sono i passaggi con i ponticelli e le passerelle in legno, in tutto rispettivamente 10 e 2 lungo il percorso di sola andata. 

L'acqua ancora non eccessiva del corso d'acqua lascia superare agevolmente tutti i passaggi e quando raggiungiamo Fosso Jannace, decidiamo di andare oltre e raggiungere le Gole. Lì il percorso segue una traccia non molto evidente, che una volta aggirate le Gole, tra abeti e faggi di età considerevole, lascia risalire verso il Piano di Jannace, prima di proseguire lungo il SI fino alla riadeguata fontana di Pitt'à curc', che superiamo svoltando poi direttamente verso la cima di Serra Crispo. 
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Il panorama di autunno, quasi alla fine dell'intensità dei colori più accesi è incredibile. Questa volta abbiamo mancato di poco il picco avvenuto qualche giorno prima. Difatti rispetto ai due anni precedenti è in anticipo di ben 10 giorni circa. Ci sarà l'anno prossimo per rifarsi, d'altronde lo spettacolo è comunque stupendo. Ci "accontentiamo". 

Godiamo della vista panoramica dalla cima di Serra Crispo (2.053 m) per poi pranzare e rientrare ricoprendo quasi integralmente i nostri passi lungo lo stesso itinerario.

Alla prossima e buon cammino!
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Nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini

9/10/2022

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"Che cos'è fata, che tu mi chiami fata? E tu sei fatto come io sono".
Guerrino detto il Meschino, Libro V Cap. 145 di Andrea da Barberino

La sera prima dell'escursione, durante il viaggio di arrivo, siamo accolti dal Massiccio del Redentore e dall'estesa Piana di Castelluccio. Diretti verso il nostro camping, proprio al confine tra le due Regioni, si concretizzerà l'immagine che per me sarà quella simbolicamente più densa di significato di questo sopralluogo: proprio al fianco dei segnali stradali che indicano il passaggio di confine, vi è una pecora che ha evidentemente da poco partorito, intenta a recuperare le energie brucando l'erba intorno a sé; di fianco a lei, uno a sinistra e uno a destra, ecco sbucare i due agnellini appena nati; alla mia mente, mentre osservo quell'immagine così straordinariamente casuale, viene immediatamente spontaneo associare i due giovani animali ai due nomi scritti poco più in là. Diventano così, Umbria e Marche. E' una scena che credo rimarrà indelebile nella mia memoria.
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La sveglia del mattino, avviene con la pioggia che picchietta il nostro copri-tenda, e il dubbio della validità della giornata, attentamente valutata sui vari meteo, si insinua. Fortunatamente tra il tempo impiegato per fare colazione e quello di avvicinamento, le nuvole decidono di passare di tanto in tanto sulle nostre teste, senza nessun goccia.

Arriviamo a Forca di Presta, e partiamo alle 8.45 seguendo l'itinerario E15 per Monte Vettore, Parco Nazionale dei Monti Sibillini.

Percorso decisamente differente rispetto a quelli a cui sono abituato: senza nessun tratto all'ombra per tutta la durata dell'itinerario; di fronte a noi la cresta che risale verso il Redentore e praterie d'alta quota insieme al vento che, anche con raffiche molto forti, ci farà compagnia per tutta la giornata. Ed onestamente, visto quanto detto poco su, a conti fatti, non so ancora se sia stato meglio che non l'aver avuto una giornata priva di questo elemento!

Si sale con costanza, e sempre più impressionante è l'estensione dell'Altopiano di Castelluccio, che ad ovest si apre man mano che si sale di quota. La vista diventa ancor più suggestiva all'altezza della Valle Santa, un canale che discende nettamente verso valle proprio in direzione dell'Altopiano.

Giungiamo a poca distanza dal Vettoretto (2.052 m), su cui passerò durante il tratto di ritorno per la mia curiosità di panorami, e in lontananza compare il Bivacco Tito Zilioli (Tito Zilioli), ricostruito dopo il terremoto del 2.016 a disposizione degli escursionisti con una parte sempre aperta, ed una utilizzabile tramite prenotazione, per potersi rifugiare nelle emergenze o per poter pernottare al meglio in quota. Si vede benissimo anche il percorso che conduce al bivacco, un punto marcatamente più acclive è stato adeguato con una scalinata dotata di grandi pali in legno. Percorriamo questo tratto che ci separa dalla struttura e una volta arrivati uno snack è necessario, e la foto è di rito.

Saliamo poco sopra il Bivacco riprendendo il cammino, e il nostro sguardo si amplia sul Vettore verso Nord Est, mentre a Nord Ovest sulle pareti est di Cima del Lago (2.442 m), Redentore (2.448 m) e Pizzo del Diavolo (2.410 m): uno spettacolo puro della natura; alla loro base è localizzato il Lago di Pilato, tappa del nostro percorso di rientro.
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Qualche passo più avanti verso la risalita e ancora stupende sorprese: la stella alpina dell'Appennino (Leontopodium nivale), la genzianella di Colonna (Gentianella columnae) specie presente anche nel territorio del Pollino, e poco più giù il mirtillo nero (Vaccinium myrtillus) in veste autunnale con ancora qualche frutto!
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Ci spingiamo verso la cima e più saliamo più le raffiche di vento aumentano, ma non tanto da impedire la risalita. Io, Marco, Ilaria e Micaela siamo ben decisi ad arrivare sulla vetta, tant'è che dopo qualche altra breve pausa, verso le 12.00, raggiungiamo la cima del Monte Vettore, la più alta del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, con i suoi 2.476 m, e tutti lì a prendere in faccia il forte vento da nord ovest, ma a gustare il panorama dal Mar Adriatico fino al Massiccio del Gran Sasso con il Corno Grande, passando per tutto l'intorno. Foto anche qui di rito e si riscende dopo una breve pausa.
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Arrivati verso i 2.250 m di quota ci dirigiamo verso la località "Le Roccette", dove si trova il passaggio per il Lago di Pilato. Mentre scendiamo ci troviamo davanti le maestose pareti est del Redentore e delle cime a lui prossime, con l'evidente circo glaciale a rendere lo scenario imparagonabile: quasi ad ogni passo di avvicinamento c'è uno sguardo di riverenza nei confronti di questi bastioni rocciosi.

Ci inoltriamo sempre più, e appena svoltato a destra e raggiunto un punto dove è visibile il Lago ci fermiamo. Effettivamente, nell'unico lago naturale delle Marche, non c'è praticamente più acqua, se non una pochissima quantità nella conca più lontana rispetto alla nostra posizione. Nonostante tutto, rimane uno spettacolo. Ci fermiamo lì, in questo luogo simbolo del Parco, tra foto e semplice contemplazione per diverso tempo, e poi quasi con dispiacere decidiamo sia giunta l'ora di tornare e dare le spalle a questo scenario.

Ritorniamo sui nostri passi fino al Rifugio Zilioli, dove alle 14.00 pranziamo, prima di intraprendere la discesa sempre panoramica. Ormai rispetto alla mattina non c'è quasi più nessuno, tutti sono corsi su e poi sono ritornati alle auto; la cosa non mi dispiace affatto.
Quasi arrivati alla fine del percorso, questa terra decide di regalare a noi "stranieri" un altro momento magico, una scena antica: un gregge di pecore ci attraversa la strada con calma, quasi come se non fossimo lì presenti; il cielo si apre e il sole illumina gli animali seguiti dai cani e dal pastore che li accompagnano verso il termine della loro giornata.
Per me il cerchio si è chiuso, dopo gli agnelli incontrati il giorni prima, i Monti Sibillini ci salutano così.

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La Grotta dell'Angelo di Orsomarso

5/5/2022

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“Seppellitemi nella nuda terra, perché i migranti possano riposarvi, in quanto anch’io fui migrante (xénos, “ξενος”) per tutti i giorni della mia vita”
S. Nilo

Uno dei siti che non possono mancare a chi conosce sempre più approfonditamente il Parco Nazionale del Pollino, è sicuramente questa importante grotta situata sulla parete rocciosa della Timpa Simara nel Comune di Orsomarso (CS). Ho avuto finalmente l'occasione di poterla raggiungere ammirando gli stupendi panorami, e raggiungendo luoghi dall'elevata spiritualità.

Questa cavità, registrata con il codice Cb178, è nota da tempi antichissimi, quando durante l'arrivo dei monaci dall'Oriente, anche questa dovette essere scelta per eremiti e asceti. Dopo un percorso nella macchia mediterranea ancora destinata al pascolo delle greggi, si intraprende un ultimo tratto molto ripido (sconsigliato ai meno esperti o a chi soffre di vertigini). Qui, utilizzando come appoggio alcuni cavi di acciaio per poter discendere e risalire, si raggiungono le mura di quello che era il riparo incastonato nella roccia, circondati da uno scenario unico.

Secondo molti studiosi, fu proprio qui che San Nilo da Rossano, nella sua esperienza giovanile e prima di allontanarsi definitivamente dai luoghi del Merkurion, si ritirò per poter pregare e meditare lontano dagli agi e dal resto della civiltà che di tanto in tanto raggiungeva. 

E' quasi certo a mio parere, che il passaggio che oggi si compie per raggiungere la grotta, non era quello antico: troppo ripido e pericoloso. Probabilmente il santo, e gli altri che allora raggiungevano questa località, risaliva dalla vallata del Fiume Porta La Terra per poi procedere fino alla sua "dimora" dal basso. 

Di notevole valenza sono gli affreschi, sempre più sbiaditi purtroppo, che coprono una delle pareti. Sono sempre più difficili da decifrare, ma rappresenterebbero: Annunciazione di Maria, Deposizione di Gesù dalla Croce e San Michele. Quest'ultimo elemento ricollegherebbe alle ipotesi per cui l'uso della grotta fosse destinato, anche prima dell'arrivo di San Nilo, al culto micaelico che si diffuse proprio in questi territori alla metà del VII secolo.

San Nilo non fu certamente l'unico uomo di grande fede che la cavità vide, infatti questa grotta "Fu certamente nota ai Santi che si recavano ai monasteri mercuriensi: oltre a Cristoforo, Macario e Saba, Leoluca di Corleone, Vitale di Castronuovo, Fantino, Giovanni, Zaccaria, Nicodemo di Ciro, Luca di Demenna e i discepoli di Nilo, i beati Stefano. Giorgio e Proclo" da “San Nilo di Rossano al Mercurio” di Orazio Campagna.

Un luogo straordinario che già al primo sguardo, riesce bene a far capire il perché fosse stato scelto come luogo di meditazione e preghiera.
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Trekking Basilicata Coast to Coast

9/13/2021

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Con Ivytour e Viaggiare nel Pollino e Basilicata

Tre giorni insieme in cammino per la prima parte di traversata della Basilicata. Insieme a "Viaggiare nel Pollino e in Basilicata" e "Ivy Tour Basilicata" con un gruppo di grandi camminatori, per la maggior parte provenienti dai Comuni del circondario del Lago di Garda, coordinato da Vanessa Ponziani che tappa dopo tappa ha ammirato i meravigliosi cambi di panorama della Basilicata.

Da Policoro abbiamo raggiunto Anglona, con la magnifica Basilica Minore di Santa Maria Regina di Anglona, unico edificio rimasto dell'antico abitato dell'omonimo centro. Attraversando ricchi campi e frutteti siamo così giunti alla prima tappa: Tursi, con la sua particolarissima area di origine araba denominata Rabatana. Il giorno dopo, abbiamo oltrepassato invece uno degli elementi che caratterizza come pochi altri l'intera Regione, i Calanchi, in particolare quelli di Aliano in un paesaggio davvero lunare; raggiungendo così il piccolo paese che ha ospitato Carlo Levi: Aliano. Pernottato lì il giorno dopo abbiamo ripreso il cammino visitato la tomba di Levi, e proseguito il percorso risalendo sempre più in quota e concludendo a Gallicchio, patria del Capovaccaio, e comune del Parco Nazionale dell'Appennino Lucano, Val D'Agri e Lagonegrese.

Questo è solo l'inizio che vedrà il gruppo raggiungere Maratea e concludere giungendo al Tirreno dal mar Ionio.

Buon Cammino!
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    Sono sempre stato un appassionato di escursionismo e ho sempre sfruttato ogni momento disponibile per poter girovagare sulle montagne vicino casa.
    Oggi mi ritengo uno dei fortunati che è riuscito a fare della sua passione un mestiere. Qui racconterò alcune delle meravigliose esperienze vissute nell'area protetta più grande d'Italia
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